In missione con Padre Michele

nov 14, 2014 by

In missione con Padre Michele

A distanza di qualche anno, ritorniamo a parlare con Padre Michele, missionario santermano in Africa e insieme a lui facciamo un piccolo ‘viaggio’ nella sua missione nel nord-ovest del Camerun.
Chiedo a ‘Father Michael’, come lo chiama la gente del posto, di raccontarci come si svolge la vita della missione e lui, con la sua voce che reca in sè i segni dell’influenza dell’idioma locale e che evoca suggestioni africane, mi spiega che: “la missione comprende un vasto territorio che si estende per circa 20 km e prende anche un po’ della periferia di Bamenda. Poi abbiamo altre zone, altri villaggi, altri quartieri. In tutto ci sono 7 ‘Mission Station’, una sorta di 7 piccole missioni che riunite tutte insieme formano una parrocchia che si chiama ‘Queen of Peace Parish’ ossia ‘Parrocchia Regina della Pace’. Ognuna ha una sua chiesa più o meno grande e più o meno bella, dove la gente si ritrova e noi religiosi ci rechiamo in ognuna di queste. Perciò la gente non viene nella missione al centro, eccetto che in qualche occasione  speciale, per esempio se venisse il vescovo o per la festa della parrocchia”.
Quattro sono le missioni principali e tre quelle minori. Ognuna di esse ha una chiesa dedicata ad un santo”.
-1. Njimafor-  San Martino di Tours
-2. Atuakom-  Martiri dell’Uganda e San Kizito, il più giovane martire ugandese
-3. Nsongwa-  San Michele Arcangelo
-4. Ndangh- Beato Luigi Maria Monti fondatore della congregazione di P.Michele
-5.Ntengafor- San Gabriele
-6. Munju- San Giovanni Bosco
-7. Chomba- San Donato
Nella missione centrale i  tre sacerdoti, un italiano, un nigeriano e P. Michele, celebrano messa la domenica e tutti i giorni feriali; nelle tre missioni minori celebrano la domenica e qualche volta durante la settimana. A coadiuvarli ci sono “6 giovani studenti di Teologia, africani camerunensi e nigeriani, della mia congregazione (uno di loro è già diacono e diventerà sacerdote il prossimo anno).
Adesso sono i giovani religiosi africani che occupano i posti di responsabilità. Noi siamo lì vicini per aiutarli, un po’ per controllarli ma soprattutto per incoraggiarli”. Fino a 3 anni fa P. Michele era il responsabile coordinatore della sua congregazione in Africa, i ‘Figli dell’Immacolata Concezione’: 3 anni fa la congregazione ha deciso di scegliere il primo sacerdote africano per questo compito. “Cominciamo a dare piena responsabilità ai giovani sacerdoti africani” dice.
“Noi in questi anni ci siamo mossi in due direzioni: da una parte formiamo i giovani del posto, perché molti sono quelli che si avvicinano a noi con il desiderio di unirsi alla nostra famiglia e al nostro ideale, sono quelle che chiamiamo le vocazioni. Noi facciamo una scelta tra essi e poi comincia la formazione che dura molti anni, al termine della quale cominciano a prendere dei posti di responsabilità nelle varie missioni dell’Africa.
Chi ha fatto la maturità può mettersi in contatto con noi, venire per qualche periodo a trovarci, scriverci e fare l’università a spese della famiglia per accertarci che venga per convinzione e non per essere sostenuto negli studi. Li accettiamo solo dopo il primo titolo universitario (la prima laurea triennale che è organizzata come qui in Italia), dopo averli conosciuti e seguiti per alcuni anni”.
In una realtà di povertà e difficoltà, come quella africana, P. Michele ci fa sapere che a questa regola possono capitare delle eccezioni, in assoluta discrezione: in casi in cui c’è una reale ed accertata vocazione appoggiata anche dalla famiglia ma non c’è una disponibilità economica a sostenere un percorso di studi, in questi casi un giovane africano che vuole diventare sacerdote è sostenuto ed aiutato nel suo percorso.
Si registrano diverse nuove vocazioni, in una regione in cui ci sono diverse confessioni religiose. “C’è la chiesa cattolica, quella protestante divisa in vari rami di cui il più grande è quello della chiesa presbiteriana e i musulmani, quasi interamente concentrati al nord. Anche a Bamenda sono pochi i musulmani mentre c’è un certo equilibrio tra chiesa cattolica e chiesa protestante.
C’è di buono che in Camerun ci sono buoni rapporti tra le varie confessioni. Non c’è antagonismo, competizione ma c’è anche una certa collaborazione.
Nella missione ci sono chiese cattoliche curate da noi ma anche chiese presbiteriane, pochi islamici e poi c’è la religione tradizionale, in un certo qual senso spiritistica. La sua caratteristica principale è che essi credono in un dio molto lontano,non troppo influente, invece sentono molto la presenza degli spiriti degli antenati, i loro morti, che sono quasi intermediari tra un dio lontano e le persone presenti. E questo ha determinato anche la cultura dell’onore dei defunti.
La celebrazione principale che esiste, soprattutto nella mia zona e la festa in onore del defunto: quando muore una persona adulta, che ha creato la sua famiglia ed è conosciuta nel villaggio, la famiglia organizza una grande festa che dura almeno due giorni,  con danze, con roba da mangiare e da bere. Tutti quelli che l’hanno conosciuto sentono il dovere di partecipare a questa grande festa in onore dello spirito del defunto in modo che quello diventi uno spirito protettore della famiglia. Perché essi credono che se non hanno onorato giustamente quello spirito esso può diventare uno spirito contrario alla famiglia, uno spirito che non contento può influire negativamente. Infatti quando in una famiglia capita un evento negativo si chiedono se non ci sia qualche spirito non onorato che si stia vendicando su di loro.
La chiesa non è contraria a queste tradizioni, cerca di cristianizzarle. In questo caso essa raccomanda di non limitarsi alle danze, o a mangiare e bere ma di avere anche un momento di preghiera.
Questa festa in Pidgin, che è la lingua parlata lì (un inglese dialettizzato e molto semplificato, in una zona in cui la lingua ufficiale è l’inglese) si chiama ‘Cry die’: piangere il morto. Non è però un piangere, è una celebrazione. Hanno questa forte convinzione che i morti non si piangono ma si celebra la loro vita e la loro nuova vita, si ricordano le cose dette e fatte in vita, è un onorare la memoria del morto non solo come ricordo ma come presenza viva perciò è in sintonia con la fede cristiana che la vita non termina con la morte ma continua in una dimensione nuova”.
In quella regione ci sono circa 6.000 cattolici ed altri 6.000 protestanti o di altre fedi, circa 12.000 persone che vivono nella zona della missione, che comprende parete di un quartiere periferico della città di Bamenda, a nord ovest del Camerun e diversi villaggi. Non è molto estesa perché vicina alla città che è più densamente popolata.
Siamo su un altopiano la cui parte pianeggiante è ad un’altezza di 1200 metri, poi ci sono le colline che arrivano anche a 2000-2500 m.
È bello come paesaggio, ma anche come clima, perché è più secco e più fresco.
P. Michele che è lì da 25 anni ricorda che a marzo celebreranno il 25° della fondazione “della nostra missione, inaugurata nella festa dell’Annuncia-
zione del 1990. Io andai lì l’anno prima, nell’89. Sono stato lì alcuni mesi nella missione della cattedrale a Bamenda, per imparare, per fare un po’ di esperienza. Dopo alcuni mesi, aggiustai la casa della missione a Njimafor, e mi trasferii là. Dopo alcuni mesi nella festa dell’Annunciazione del 1990, venne l’arcivescovo per inaugurare ufficialmente come nuova parrocchia la nostra missione. Da quel momento la missione, che faceva parte della cattedrale di Bamenda divenne una missione indipendente, col nome di Queen of Peace Parish.
Dal ’92 al ’95 sono stato poi mandato nelle Filippine, e poi ci sono ritornato”.
Per la gente del luogo P. Michele è praticamente un’istituzione.
“La gente ci apprezza molto perché in questi 25 anni abbiamo fatto molto sia dal punto di vista umano, spirituale che strutturale. Due scuole sono state costruite dal nulla come alcune chiese. Abbiamo acquistato alcuni terreni per lo sviluppo, proprio vicino alla nostra chiesa principale abbiamo costruito una grande sala parrocchiale per gli incontri, il catechismo. Questa grande sala viene molto apprezzata perché quando ci sono delle occasioni di incontro, a parte gli incontri della missione, come matrimoni od altre occasioni spesso ci chiedono di poterla utilizzare”.
Da quando padre Michele è li 2 scuole sono state ricostruite da zero ed una terza è stata rinnovata.
“Abbiamo 3 scuole elementari della diocesi ma gestite dalla missione. E’ stato elaborato  un programma apposito, in cui è prevista mezz’ora di insegnamento di religione al giorno. Ogni classe ha il suo maestro/a che si occupa dell’insegnamento di tutte le materie. Poi ci sono 2 insegnanti speciali, l’insegnante di Francese perché la lingua di base è l’inglese, che gira per tutte le classi e l’insegnante di computer che comincia a dare i primi elementi di informatica. Anche noi ci stiamo organizzando con i pc: ogni scuola ha 2-3 computer. In totale abbiamo 2 classi di scuola materna e 6 classi di scuola elementare.
Le nostre scuole nascono un po’ per soddisfare le esigenze scolastiche di quelle zone che non sono coperte da altre scuole e un po’ per poter offrire la possibilità di scegliere una scuola cattolica. La chiesa del Camerun ci tiene moltissimo ad avere scuole cattoliche per un insegnamento, una preparazione umana e cristiana integrale. Alle nostre si sommano altre scuole sia statali che private. Anche le nostre sono private, non sono sovvenzionate, ma teniamo le rette molto basse.
La nostra retta è di 25 euro l’anno a fronte dei 100 euro delle scuole private e dei 10 euro delle scuole statali, che però offrono una preparazione più scadente.
Oltre all’istruzione, uno dei capitoli più forti di spesa che una famiglia di lì deve affrontare  è la cura medica perché non c’è assistenza sanitaria pubblica; perciò quando ti ammali se hai soldi puoi curarti in ospedale altrimenti resti a casa tua. La malattia più comune è la malaria, che spesso viene presa 2-3 volte l’anno e curarsi costa; a seconda della gravità può essere curata in casa, con 20 euro per le medicine, altrimenti devi recarti in ospedale, fare trasfusioni e questo costa anche 50-80 euro”.
Uno stipendio medio di lì si aggira intorno ai 35-70 franchi CFA (la moneta comune delle Colonie Francesi d’Africa; 1 euro vale 655 franchi FCA), perciò spendere soli 20 euro per curarsi dalla malaria sono tanti.
“Ci sono grandi ospedali statali in città, piccoli centri statali nei villaggi, alcune cliniche private all’interno della missione. Io ho fatto un accordo con un ospedale che sta in città tenuto da suore. per cui invece di dare soldi ai malati per andare a curarsi, perché magari poi i li utilizzano per altre cose o magari non sono sufficienti, io do una richiesta firmata da me che consegnano alla responsabile dell’ospedale e lì vengono curati gratuitamente e l’ospedale alla fine del mese mi manda il conto. In questo modo possono curarsi bene”.
Uno dei problemi più grossi in quelle regioni d’Africa è l’AIDS.
“Tanti bambini restano orfani e vivono con i nonni. Io non sono favorevole a tirarli fuori dalla famiglia e farli vivere in centri per orfani, anche perché la cultura lì è di far restare questi orfani con i nonni, le zie perciò io cerco di incoraggiarli e dare una mano a chi se ne prende cura”.
La malaria è la malattia più diffusa e sebbene sia curabile è quella che miete più vittime in Africa, perché se non viene curata tempestivamente e bene degenera e si rischia la vita. Spesso quando la malaria è grave, con il vomito per cui non possono alimentarsi,  devono recarsi in ospedale per delle cure efficaci, con flebo e chinino.
E a morire di malaria sono soprattutto i bambini. La malaria non dà l’immunità, non c’è un vaccino.
Io sono stato fortunatissimo perché in tanti anni l’ho presa solo 3 volte, ma ci sono persone che la contraggono 3/4 volte l’anno.
Un’altra malattia molto comune è il tifo, per l’igiene scarsa, per l’acqua non potabile e poi la meningite. Non si muore di fame, ma c’è chi ha una nutrizione molto carente.”
Se si chiede a P. Michele quali sono i problemi da risolvere lì risponde che: “non ci sono problemi che si possono risolvere una volta per tutte, perciò la nostra opera è un accompagnare. Ciò che può dirsi definitivo può essere un progetto di costruzione architettonica, che una volta realizzato rimane. Abbiamo completato la chiesa principale, la casa dei sacerdoti, costruito la casa per i giovani nostri religiosi studenti, costruito la grande sala parrocchiale che ci è invidiata da tutta la diocesi, altre sale per il catechismo; abbiamo costruito 2 scuole da zero, comprato alcuni terreni per sviluppi, costruito una grande chiesa, una piccola e il raddoppiamento di una cappella che era insufficiente, oltre ai pozzi”.
Ma quanto costa costruire un pozzo in Africa?
“Dipende dai luoghi- mi spiega Padre Michele- Se è in collina costa parecchio, se è più a valle costa meno perché in collina bisogna scavare di più e perchè se l’acqua è a 30-40 metri invece che a 15, occorre una pompa più potente che è difficile reperire lì. Il pozzo nelle foto è costato circa 5.000 euro. E’ molto vicino al centro della nostra missione e poichè tutti venivano a chiedere acqua dai rubinetti abbiamo costruito questo pozzo in modo che la gente potesse attingere acqua senza dover chiedere”.
Due delle foto in copertina lo ritraggono in due momenti in cui l’acqua, bene prezioso che noi oggi diamo quasi per scontato, è protagonista: una foto documenta la benedizione ed inaugurazione della nuova fontana (per la costruzione della quale viene impiegata la gente del luogo, tra i quali ci sono anche dei buoni tecnici); l’altra ritrae P. Michele insieme ai bambini intenti al rifornimento familiare dell’acqua che  ha necessità di essere bollita per poter essere bevuta. L’acqua non bollita è causa di molte malattie tra le quali tifo e vermi intestinali. L’aiuto della missione non si ferma solo ai ragazzi ma anche agli adulti, come l’aiuto per l’auto sostentamento e P. Michele ricorda in proposito il caso di una ragazza che ha aiutato a metter su un piccolo laboratorio da parrucchiera per essere indipendente.
Tantissimi sono i bambini che P. Michele, la missione e i benefattori, tra cui diversi santermani, sono riusciti ad aiutare e per varie necessità: “ad alcuni paghiamo la scolarità, i libri, le scarpette, i vestitini. A molte famiglie diamo anche del cibo: quando vengono dicendoci che non hanno niente in casa spesso compro loro un sacco di
riso, che costa sui 30-35 euro;  50 kg di riso in modo che per 2-3 mesi hanno qualcosa di sicuro da mangiare che integrano con i prodotti del loro orto”.
A chi vuole accostarsi a questa realtà, con la volontà di sostenere l’opera di questo nostro missionario e i suoi progetti, con una sorta di ‘adozione’ a distanza, che adozione non è ma che è piuttosto un sostenere la missione e i bambini e ragazzi che fanno parte di quella comunità, P. Michele spiega e ribadisce: “non sono  favorevole ad un contratto troppo stretto con un bambino bisognoso di là ma ad adottare più una missione, un missionario che si prende cura di tutta una zona piuttosto che rivolgere un’attenzione particolare ed esclusiva ad un bambino bisognoso. Ci può esser anche la foto con qualche notizia, ma non come un rapporto esclusivo, ma aperto a tutta una missione. I contributi vengono gestiti a seconda del bisogno e delle priorità: se viene un bambino bisognoso che è malato gravemente e rischia la vita non posso dirgli <<tu non sei adottato e non ho soldi per te>>”.
Chiedo infine a P. Michele di raccontarmi qualcosa di quei volti che vedo ritratti nelle foto che ha portato dall’Africa in questo breve soggiorno in terra natìa, e mi parla di Giselle, della giovane  Relindis e delle sue due bambine Peace e Favour, di Immaculate una dei 6 figli di uno dei catechisti della missione, dell’infermiera Anita che ha dovuto lasciare il suo bimbo neonato perché è andata a studiare negli Stati Uniti e di tanti altri membri della sua comunità di cui, con una memoria di ferro, ricorda nomi e aneddoti e di cui descrive difficoltà,pregi e qualità con l’affetto di un padre.

> Raffaella Silletti

Per chi volesse contattare Padre Michele può  scrivergli a questo indirizzo e- mail: michelecfic@yahoo.fr o rivolgersi alla redazione.

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